"Una medicina che non puoi praticare ti serve...."

Il cuscino umido di Marta. Perché un parrucchiere dovrebbe imparare una medicina che non potrà mai praticare

Chi scrive fa il parrucchiere da oltre vent’anni. Come quasi tutti, la tricologia l’ha imparata nei corsi delle aziende di prodotto: un’anomalia, una fiala, un protocollo da scaffale. Il caso che racconta è di quel periodo, e lo abbiamo scelto proprio per questo. L’errore che descrive lo vediamo ogni giorno nei test d’ingresso dei professionisti che arrivano in Accademia, ed è l’errore che il nostro percorso in tricologia integrata esiste per smontare. Nome della cliente e dettagli sono stati modificati.

Marta ha quarantasette anni e viene da me da undici. La conosco abbastanza da sapere che quando parla della figlia si tocca l’orecchino sinistro e che il caffè lo vuole dopo il colore, mai prima. Un martedì di ottobre si siede e mi dice che da settembre trova capelli dappertutto. Sul cuscino, nello scarico, sulla giacca scura che mette per andare in ufficio. Lo dice con quel tono che le clienti usano quando sperano che tu risponda “ma no, è la stagione”.

Guardo. Cute pulita, nessun rossore, un diradamento diffuso che non disegna zone precise. Mentre le faccio lo shampoo aggiunge, come se non c’entrasse niente, che dorme male da un po’ e che si sveglia con il cuscino umido. Poi passa a parlare della figlia e si tocca l’orecchino.

Quel giorno le ho proposto una fiala. L’ho fatto con convinzione, pure: era quello che mi avevano insegnato a fare in dodici anni di corsi aziendali, e lo facevo bene. Tre mesi dopo Marta era allo stesso punto e io avevo ancora una sola idea in testa. Questo articolo è il modo in cui avrei dovuto ascoltarla, ricostruito con quello che ho imparato dopo, quando ho smesso di formarmi da chi aveva una fiala da vendermi.

Se Marta fosse andata da un dermatologo

Il dermatologo avrebbe guardato la stessa cute e avrebbe pensato al ciclo del follicolo. Che cresce per anni, si ritira in poche settimane, riposa tre mesi e ricomincia; Paus e Cotsarelis lo hanno scritto sul New England Journal of Medicine nel 1999 e nessuno lo ha ancora smentito. Avrebbe fatto a Marta una domanda che a me non era venuta: cosa è successo in estate?

Perché il follicolo risponde in ritardo. Kligman lo aveva misurato già nel 1961: quando un evento spinge molti follicoli nella fase di riposo tutti insieme, i capelli si staccano due o tre mesi dopo, non il giorno stesso. Marta perde capelli a ottobre; il suo evento è di giugno o luglio. Lei non collega le due cose, perché a luglio stava bene, o così le sembrava.

Poi il dermatologo avrebbe prescritto un prelievo. Ferritina, tiroide, forse vitamina D, con tutte le cautele che Guo e Katta hanno messo in fila nel 2017 sulla reale forza delle evidenze nutrizionali. Avrebbe pensato agli ormoni, perché a quarantasette anni si muovono. Avrebbe considerato lo stress, e qui la letteratura è chiara da tempo: Hadshiew, Paus e colleghi hanno descritto nel 2004 il cerchio in cui la caduta pesa sulla psiche e la psiche sulla caduta.

Avrebbe fatto bene tutto. Ma il cuscino umido, in quella stanza, non lo avrebbe chiesto nessuno. Non perché il dermatologo sia distratto: perché il suo modello non ha una casella dove metterlo.

Se Marta fosse andata da un medico cinese

Un medico formato in Medicina Tradizionale Cinese non ha un follicolo da guardare. Ha Marta, e la guarda tutta.

Le avrebbe chiesto del sonno, e lei avrebbe detto che si sveglia alle tre. Le avrebbe chiesto se la sera sente caldo al viso, e Marta avrebbe risposto di sì, sorpresa che qualcuno glielo domandasse. Le avrebbe guardato la lingua. Avrebbe ascoltato che i capelli sono diventati più secchi, non solo più radi. E avrebbe messo tutto questo, cuscino compreso, in un quadro che nel suo modello ha un nome e una logica: una riserva che si assottiglia, un corpo che non riesce più a raffreddarsi la notte, un capello che smette di essere nutrito.

La cosa che mi ha colpito, quando l’ho studiato, è che questa lettura è antica e precisa insieme. Il primo capitolo dello Huangdi Neijing Suwen, il testo che fonda la medicina cinese, compilato in epoca Han, descrive la vita della donna a cicli di sette anni: a sette cadono i denti da latte e i capelli si allungano, a trentacinque il viso si segna e i capelli cominciano a cadere, a quarantadue imbiancano. Per l’uomo i cicli sono di otto, e a quaranta “il Qi del Rene declina, i capelli cadono e i denti si seccano”. Lo ha tradotto e annotato Paul Unschuld per la University of California Press nel 2011, e leggerlo fa un certo effetto: duemila anni prima della biologia del follicolo, qualcuno aveva osservato che i capelli seguono un calendario e lo aveva legato a un capitale ereditato che si spende vivendo.

Il medico cinese non avrebbe misurato niente. Avrebbe messo in relazione. E a Marta avrebbe dato una cosa che il prelievo non dà: la sensazione di essere stata vista intera.

Quello che nessuna delle due letture mi autorizza a fare

Qui devo essere netto, perché è il punto su cui si giocano la tua credibilità e la sicurezza di chi hai in poltrona.

Io non sono medico. Non lo è il tecnico tricologo, non lo è l’operatore cosmetico. Nessuna delle due letture mi permette di dire a Marta cosa ha. Non posso dirle “è la menopausa”, non posso dirle “hai la ferritina bassa”, non posso dirle “è un vuoto di Yin del Rene” anche se ho appena imparato la frase e mi piace come suona. Posso osservare, registrare, raccogliere quello che mi racconta, proporre percorsi cosmetici e di benessere, e rimandarla a un medico ogni volta che compare un segno che esce dal mio campo: una cute lesa, un’infiammazione che non passa, una caduta improvvisa a chiazze, una lingua che presenta alterazioni marcate. Prima di qualsiasi trattamento, non dopo.

Ti dico anche l’altra metà, quella che sentirai raccontare male in qualche corso. L’OMS ha inserito un capitolo sulla medicina tradizionale, il 26, nella classificazione ICD-11 adottata nel maggio 2019. È un riconoscimento vero: i quadri cinesi hanno oggi un codice internazionale. Ma la stessa OMS, nel 2002, passando in rassegna i trial sull’agopuntura, scrive che la famosa lista di 43 patologie del simposio di Pechino del 1979 “non era basata su studi clinici rigorosi” e che “la sua credibilità è stata messa in discussione”. Se qualcuno ti porta quella lista come prova, ora sai che l’OMS l’ha ridimensionata da sola. In Toscana il servizio sanitario ha quattro centri di riferimento per le medicine complementari, tra cui il Fior di Prugna a Firenze per la medicina cinese: medici, protocolli, responsabilità. Questo dice che la MTC ha un posto nella pratica integrata. Non dice che le sue spiegazioni sul capello siano state dimostrate in laboratorio. Chi fonde le due frasi ti sta vendendo qualcosa.

E allora perché impararla

Perché a Marta, quel martedì, io ho proposto una fiala. E la fiala era la risposta sbagliata non perché il prodotto fosse scadente, ma perché non avevo fatto nessuna domanda.

Una medicina che non puoi praticare ti serve per quello che cambia nel modo in cui guardi e tocchi. Dopo averla studiata, con Marta avrei fatto tre cose diverse.

Le avrei chiesto dell’estate. Non “hai avuto stress?”, che fa rispondere sempre sì e non serve a niente; piuttosto “cosa è cambiato tra giugno e agosto?”, e sarebbe venuto fuori che a luglio aveva fatto una dieta da mille calorie per il matrimonio della cugina. Questa domanda me la dà la biologia del follicolo.

Avrei sentito il cuscino umido. Non per interpretarlo, che non spetta a me, ma per annotarlo e per dirle, con parole semplici, che sudore notturno, sonno interrotto e capelli più secchi messi insieme meritano una visita dal suo medico, e che glielo consiglio prima di proporle qualunque percorso. Questa attenzione me la dà la lettura cinese, che mi ha insegnato a trattare i dettagli “che non c’entrano” come se fossero la cosa principale.

E l’avrei toccata in modo diverso. Il massaggio che le ho sempre fatto allo shampoo, due minuti di polpastrelli a caso, sarebbe diventato un lavoro lungo percorsi precisi, con pressioni dosate, con una sequenza che parte dalle tempie e chiude sulle spalle. Nel modello cinese quel lavoro ha un senso esatto; nel mio salone ha un effetto che Marta avrebbe notato subito, perché una testa toccata con criterio si rilassa in un modo che la cliente riconosce e ricorda. Di questa sequenza parleremo passo per passo più avanti nella serie.

Nessuna delle tre cose è una cura. Nessuna delle tre mi era stata insegnata in dodici anni di aule aziendali, e non per cattiveria: chi vende un prodotto ti forma a usare quel prodotto, e la domanda sull’estate non sta in nessun listino. Tutte e tre sono il motivo per cui Marta, tre mesi dopo, sarebbe tornata con un referto in borsa, un percorso cosmetico coerente con quello che il medico aveva trovato, e la sensazione di essere stata ascoltata da qualcuno che sapeva cosa chiedere. Il contenitore che tiene insieme tutto questo, per chi si forma in tricologia integrata, è la valutazione: un’ora e mezza in cui la storia della persona, l’osservazione tecnica della cute e le abitudini di vita vengono messe in relazione, con il tricoscopio che misura, la domanda sul sonno che apre, e il rimando al medico che scatta appena serve.

Nel corso da cui nasce questa serie c’è una frase che viene ripetuta fino a diventare fastidiosa: devi capire ciò che la cliente non ti dice. Marta, a pensarci bene, me lo aveva detto. Ero io che non avevo le orecchie.

Due domande, prima di chiudere.

A chi sostiene che la medicina cinese nel salone sia un vezzo da spa: come spiega che un testo di duemila anni fa abbia descritto il calendario della caduta con una precisione che la biologia del follicolo ha confermato solo nel Novecento, e cosa propone al posto delle domande che quel testo insegna a fare?

A te: l’ultima cliente che ti ha detto “perdo i capelli”, quante domande le hai fatto prima di allungare la mano verso lo scaffale?

Se vuoi imparare a tenere insieme le due letture senza confonderle, con le fonti sul tavolo e i limiti chiari, l’Accademia di Tricologia è dove questo lavoro viene fatto da anni, prima che diventasse di moda. Il resto della serie, dalla lingua ai punti e alle manovre, parte da qui.

Fonti

  • Paus R, Cotsarelis G. The biology of hair follicles. N Engl J Med. 1999;341(7):491-497. PMID 10441606.
  • Kligman AM. Pathologic dynamics of human hair loss. I. Telogen effluvium. Arch Dermatol. 1961;83:175-198. PMID 13756813.
  • Guo EL, Katta R. Diet and hair loss: effects of nutrient deficiency and supplement use. Dermatol Pract Concept.2017;7(1):1-10. PMID 28243487.
  • Hadshiew IM, Foitzik K, Arck PC, Paus R. Burden of hair loss: stress and the underestimated psychosocial impact of telogen effluvium and androgenetic alopecia. J Invest Dermatol. 2004;123(3):455-457. PMID 15304085.
  • Unschuld PU, Tessenow H. Huang Di Nei Jing Su Wen: An Annotated Translation of Huang Di’s Inner Classic – Basic Questions. University of California Press, 2011. Capitolo 1.
  • World Health Organization. Acupuncture: Review and Analysis of Reports on Controlled Clinical Trials. Geneva: WHO, 2002. PDF
  • World Health Organization. ICD-11, Chapter 26 – Supplementary Chapter Traditional Medicine Conditions. Adottata dalla 72ª Assemblea Mondiale della Sanità, maggio 2019. https://icd.who.int/
  • Regione Toscana. Strutture di riferimento regionale per le medicine complementari. https://www.regione.toscana.it/-/strutture-di-riferimento-regionale

Ciao,

Sono Elena Pozzan, Formatrice e Fondatrice di Accademia di Tricologia…

Per portare le  competenze ad un livello successivo diventa un TECNICO TRICOLOGO

COMPILA IL MODULO INFORMAZIONI

NON PERDERTI I PROSSIMI ARTICOLI