Fai Attenzione alle cheratine in salone

"Al posto di lavoro la richiesta arriva così...."

Cheratina per capelli: cos’è, quante ne esistono e cosa succede quando incontra capelli in trattamento

«Fammi la cheratina.»

Al posto di lavoro la richiesta arriva così, senza punto interrogativo. La cliente ha in mente un risultato preciso: capelli lisci e lucidi, senza crespo, per qualche mese. Tu hai in mano un flacone con quella parola stampata in grande sul fronte e una lista di ingredienti in corpo minuscolo sul retro.

Il nodo sta tutto lì. Con la stessa parola indichiamo la proteina di cui è fatto il capello e il nome commerciale di un servizio di lisciatura in cui la cheratina recita, nella migliore delle ipotesi, la parte della comparsa. In mezzo c’è uno scaffale intero di shampoo e maschere che la citano in etichetta senza dirti quale sia né di che dimensione.

Finché i capelli sono vergini e la cute è tranquilla, la confusione costa poco. Quando la cliente è decolorata, ha una cute che si arrossa al primo prodotto sbagliato o sta seguendo un percorso per la caduta, il conto arriva. E di solito lo paga lei.

Partiamo da un fatto. Nel 2010 il laboratorio di Oregon OSHA, l’ente per la sicurezza sul lavoro dello Stato americano dell’Oregon, analizzò un lisciante professionale venduto come “formaldehyde free” e ci trovò tra il 6,3 e il 10,6% di formaldeide disciolta. Il NIOSH, l’istituto federale statunitense per la salute dei lavoratori, su un altro flacone dello stesso prodotto misurò l’11% [1]. Sull’etichetta c’era scritto cheratina. Dentro c’era soprattutto altro.

Che cos’è la cheratina, spiegata senza camice

Al singolare, “cheratina” è una semplificazione comoda. Il genoma umano contiene 54 geni funzionali per le cheratine, 28 di tipo I e 26 di tipo II. Diciassette di questi (11 del primo gruppo e 6 del secondo) sono cheratine specifiche del capello, e almeno la metà dell’intera famiglia si esprime nel follicolo pilifero [2, 3]. Quando dici “la cheratina del capello”, stai parlando di una squadra.

Le cheratine lavorano in coppia. Una di tipo I si appaia con una di tipo II e insieme formano i filamenti intermedi, fibre sottilissime che danno resistenza meccanica alle cellule [3]. Nella corteccia del capello questi filamenti sono immersi in una matrice di proteine associate alla cheratina, ricca di cisteina, l’amminoacido che contiene zolfo [4, 5]. Tra catene vicine si formano ponti disolfuro, legami molto stabili, affiancati da legami a idrogeno, legami salini e forze di van der Waals [6]. Il risultato, in peso, è una fibra composta per il 65-95% da proteine [7].

A cosa ti serve saperlo mentre hai la spazzola in mano? A prevedere. Ogni servizio tecnico lavora su un tipo preciso di legame. L’acqua e il calore della piega spezzano in modo temporaneo i legami a idrogeno, per questo la piega dura fino al lavaggio successivo [5]. Le stirature alcaline e quelle al tioglicolato rompono e riorganizzano i ponti disolfuro, e infatti il loro effetto sulla parte trattata è permanente [5, 6]. Chi sa quale legame sta toccando sa anche cosa aspettarsi dalla fibra fra un mese.

Alfa e beta: la cheratina della pecora e quella della gallina

Capelli, lana, unghie e corna dei mammiferi sono costruiti su cheratine alfa, catene avvolte a elica. Le piume degli uccelli seguono un’altra architettura: la struttura dominante è a foglietti beta e le proteine che le compongono appartengono a un unico gruppo con pochi membri, mentre le cheratine dure dei mammiferi ne contano tre famiglie distinte, ciascuna molto numerosa [8].

Sembra biologia da manuale, eppure arriva dritta nel tuo armadio dei prodotti. Le materie prime “alla cheratina” usate in cosmetica derivano soprattutto da lana di pecora e da zoccoli e corna bovine; si usano anche lana di capra e piume di pollo [9]. Il nome dell’ingrediente in etichetta di solito non dice da quale fonte arrivi il peptide che stai applicando, e il panel statunitense che ne ha valutato la sicurezza osserva che fonti diverse possono dare ingredienti con composizione e impurità diverse [9].

Cosa c’è davvero nel flacone

La cheratina intatta non si scioglie in acqua, quindi in un cosmetico non entra così com’è. Per renderla utilizzabile la si spezza con un’idrolisi chimica (acida o alcalina) oppure enzimatica, ottenendo frammenti solubili [10]. Nella banca dati europea degli ingredienti cosmetici trovi così la Hydrolyzed Keratin, la forma più diffusa, accanto a derivati come la Hydroxypropyltrimonium Hydrolyzed Keratin, che porta una carica positiva, e la Cocoyl Hydrolyzed Keratin, legata ad acidi grassi del cocco [11]. La carica positiva ha una logica precisa: la superficie del capello, soprattutto se trattato, è carica negativamente e attira le molecole cationiche [5]. Il Cosmetic Ingredient Review, il panel statunitense di esperti sulla sicurezza degli ingredienti, ha esaminato otto ingredienti derivati dalla cheratina, li ha giudicati sicuri alle condizioni d’uso attuali e ne descrive la funzione principale come condizionante per pelle e capelli [9].

Fin qui tutto tranquillo. Il dettaglio interessante arriva dalle Marche. Nel 2025 un gruppo dell’Università di Camerino ha confrontato tre materie prime commerciali vendute con lo stesso nome INCI, Hydrolyzed Keratin. Le proprietà chimico-fisiche erano diverse e la variabile che spiegava buona parte delle differenze era il peso molecolare: i prodotti sopra i 3000 dalton emulsionavano e addensavano, quelli sotto i 1000 no. Gli autori sottolineano che le materie prime vendute con quel nome non hanno caratteristiche standardizzate [10]. Tradotto in linguaggio da salone: due maschere con la stessa voce in etichetta possono contenere ingredienti che si comportano in modo diverso.

C’è poi una voce che in Europa non dovresti trovare. L’Allegato II del Regolamento europeo sui cosmetici, cioè l’elenco delle sostanze vietate, include alla voce 416 “cellule, tessuti o prodotti di origine umana” [12]; nella banca dati CosIng l’ingrediente Hydrolyzed Hair Keratin risulta collegato proprio a quel divieto [11]. Se un prodotto venduto nell’Unione vanta cheratina “da capelli umani”, al fornitore serve fare una domanda sola: come fa a essere in regola?

Poi c’è la “cheratina vegetale”. Le cheratine sono le proteine tipiche dei filamenti intermedi delle cellule epiteliali [3], e le piante non le producono. I prodotti venduti con questo nome usano miscele di amminoacidi ricavati da grano, mais e soia, combinati per imitare la composizione della cheratina. La review di Gavazzoni Dias sui cosmetici per capelli lo dice senza giri di parole: la cheratina è insostituibile per le sue proprietà meccaniche e protettive, e gli amminoacidi non sostituiscono né ricostruiscono la struttura danneggiata [5]. Possono essere buoni condizionanti. Chiamarli cheratina è una scelta di marketing, e la cliente che li sceglie convinta di applicarsi la stessa sostanza dei suoi capelli merita di saperlo.

Il peso molecolare, la domanda che nessuno fa al rappresentante

Se c’è un dato che decide cosa fa davvero una cheratina idrolizzata, è la dimensione dei suoi frammenti. Le molecole piccole riescono a entrare nella fibra, soprattutto quando il capello è danneggiato; quelle grandi restano in superficie, dove possono formare un film [5]. Il capello decolorato o trattato chimicamente ha più affinità per questi ingredienti, perché è più poroso e presenta più cariche negative [5]. In uno studio su idrolizzati di cheratina di piuma ottenuti con enzimi batterici, la quantità di proteina depositata era maggiore proprio sui capelli decolorati [5, 13].

Lo studio più citato sul tema è quello di Malinauskyte e colleghi, pubblicato sull’International Journal of Cosmetic Science [4]. Il gruppo ha trattato capelli afro appena stirati con idrossido di sodio usando tre idrolizzati di lana di dimensioni molto diverse: 221 dalton, circa 2.600 e circa 75.000. I frammenti più piccoli entravano in profondità e facevano gonfiare la fibra di circa l’11%, senza però renderla più resistente. Quelli intermedi arrivavano fino alla corteccia. I più grandi si fermavano negli strati esterni e lasciavano un film visibile al microscopio elettronico. Sono stati gli intermedi e i grandi ad aumentare il carico di rottura, tra il 16 e il 19% circa in ambiente secco, e a ridurre le rotture premature [4].

Prima di stampare questi numeri su un volantino, però, conviene leggere le condizioni. Le ciocche sono rimaste in ammollo per 24 ore in una soluzione all’1%, un tempo che nessuna maschera sul lavatesta si sogna di raggiungere. Il capello era afro e stirato chimicamente da poco. Lo studio è stato finanziato anche dall’azienda che forniva i peptidi [4]. Gli stessi autori ricordano che un lavoro precedente con risultati simili si basava su soli dieci campioni [4]. Sono risultati interessanti, da maneggiare con le pinze.

Ed eccola, la domanda che quasi nessuno fa al rappresentante: che peso molecolare ha la cheratina di questo prodotto? In etichetta non c’è. Nella scheda tecnica della materia prima, a volte sì. Se la risposta è un’alzata di spalle, qualcosa sul prodotto l’hai già capito.

Il “trattamento alla cheratina” e la chimica che non sta sul fronte del flacone

Lisciante brasiliano, progressiva, stiratura alla cheratina, “botox per capelli”: nella letteratura dermatologica questi nomi commerciali rimandano alla stessa famiglia di servizi [5, 6]. La pratica è nata in Brasile nei primi anni Duemila con preparati artigianali a base di formalina al 37%, acquistata in farmacia e miscelata con balsamo e proteine idrolizzate. Quando l’agenzia sanitaria brasiliana ANVISA limitò la formaldeide nei cosmetici allo 0,2%, arrivarono la glutaraldeide e poi gli ingredienti che liberano formaldeide quando vengono scaldati, come il metilenglicole e l’acido gliossilico [5].

Il meccanismo spiega bene perché qui la cheratina fa la comparsa. Le aldeidi, da sole, non lisciano. Durante l’asciugatura acqua e calore rompono i legami a idrogeno come in una piega qualunque, la piastra allinea i filamenti e l’aldeide crea ponti chimici tra le catene della cheratina, che così restano nella nuova forma. La luce che colpisce quei filamenti riallineati produce la lucentezza tipica del servizio [5]. La cheratina idrolizzata presente nel prodotto, secondo la teoria commerciale, dovrebbe penetrare nella corteccia e riempirne i difetti. Una revisione della letteratura pubblicata nel 2022 su Anais Brasileiros de Dermatologia osserva che di questo effetto non esistono prove [6].

Il caso dell’Oregon ebbe un seguito. Nell’agosto 2011 la FDA inviò una lettera di avvertimento all’importatore e distributore del prodotto, definendolo adulterato e con etichettatura ingannevole: conteneva metilenglicole, che libera formaldeide nelle normali condizioni d’uso, ma era presentato come privo di formaldeide. Le misurazioni dell’aria fatte dall’OSHA nei saloni che lo usavano avevano superato i limiti di esposizione per i lavoratori [14]. Da allora l’OSHA ricorda che anche i prodotti dichiarati “senza formaldeide” possono esporre chi lavora, perché la sostanza può comparire in etichetta sotto altri nomi [15].

Come si traveste la formaldeide in etichetta
Tra i sinonimi indicati dall’OSHA: Methylene Glycol (metilenglicole), Formalin, Methanal, Methanediol, Formaldehyde Monohydrate [15]. L’acido gliossilico compare come Glyoxylic Acid, spesso accanto alla carbocisteina. In Europa, sui prodotti con conservanti che rilasciano formaldeide oltre 10 ppm, cerca l’avvertenza «rilascia formaldeide» [18].

In Europa la situazione è più netta, almeno sulla carta. Già nel 2010 l’Istituto federale tedesco per la valutazione del rischio (BfR) ricordava che la formaldeide non è autorizzata come principio attivo nei liscianti; analizzando prodotti in commercio ne aveva trovato l’1,7-1,8% in forma libera, in prodotti da usare con piastre a 230 °C [16]. Dal 12 giugno 2019 formaldeide e metilenglicole figurano nell’elenco delle sostanze vietate nei cosmetici [17]. Dal 31 luglio 2026, infine, ogni prodotto in vendita che contiene conservanti dell’Allegato V capaci di rilasciare formaldeide deve riportare l’avvertenza «rilascia formaldeide» quando la quantità totale liberata supera lo 0,001%, cioè 10 ppm [18].

Negli Stati Uniti il divieto federale annunciato per i liscianti con formaldeide è ancora una proposta. La FDA aveva fissato la prima scadenza a ottobre 2023 e l’ha mancata più volte, l’ultima a dicembre 2025 [19]; nell’agenda regolatoria pubblicata a luglio 2026 la proposta di regola è indicata per novembre 2026 [20]. Al momento della stesura di questo articolo la pubblicazione era attesa per quella data: conviene verificarne lo stato prima di citarla.

Acido gliossilico: l’alternativa “sicura” finita sotto esame

Quando la formaldeide è diventata impresentabile, l’industria ha trovato un sostituto. Secondo l’Accademia nazionale di medicina francese, dal 2013 i derivati dell’acido glicolico, in particolare l’acido gliossilico, ne hanno preso il posto nelle lisciature “alla brasiliana” [21]. In etichetta lo trovi come Glyoxylic Acid, spesso insieme alla carbocisteina. Su quest’ultima serve una precisazione: la carbocisteina, da sola, è un mucolitico e sulla cheratina del capello non ha effetto; a lavorare è l’acido gliossilico con cui viene formulata [5]. La stessa review riporta che anche l’acido gliossilico, scaldato da phon e piastra, può liberare formaldeide [5].

Dal 2023 la letteratura nefrologica racconta un’altra storia. In Israele un gruppo di nefrologi ha descritto 26 pazienti con insufficienza renale acuta comparsa dopo lisciature “brasiliane”, con cristalli di ossalato di calcio nelle biopsie renali eseguite [22]. Nel 2024 il New England Journal of Medicine ha pubblicato il caso di una donna di 26 anni, senza malattie pregresse, con tre episodi di danno renale acuto in due anni, ciascuno comparso il giorno stesso di una lisciatura nello stesso salone, con un prodotto al 10% di acido gliossilico. Applicato sulla pelle di topi, lo stesso prodotto ha generato cristalli di ossalato di calcio, assenti negli animali trattati con una crema di controllo [23]. Nel 2025 il servizio di tossicologia medica di un ospedale di Tel Aviv ha descritto altre 13 donne esposte a liscianti con acido gliossilico: 12 hanno sviluppato un danno renale [24].

Le istituzioni si sono mosse. In Francia l’ANSES, l’agenzia nazionale per la sicurezza sanitaria, ha esaminato quattro casi di insufficienza renale acuta arrivati attraverso la cosmetovigilanza e nel parere del 21 gennaio 2025 ha chiesto una valutazione del rischio a livello europeo, prospettando restrizioni o un divieto [25, 28]. La Commissione europea ha raccolto dati scientifici da aprile 2025 ad aprile 2026 [26] e a maggio 2026 ha chiesto formalmente al Comitato scientifico per la sicurezza dei consumatori (SCCS) di stabilire se l’acido gliossilico sia sicuro nei liscianti a concentrazioni fino al 16% [27].

Onestà vuole che si dica anche il resto. Parliamo di serie di casi, con pochi pazienti e poche biopsie; lo studio israeliano non disponeva delle concentrazioni degli ingredienti né del pH dei prodotti [22]. Il nesso più solido viene dal caso francese, dove il danno si è ripresentato a ogni esposizione e l’esperimento sugli animali lo ha riprodotto [23]. L’Accademia di medicina francese parla di un rischio che potrebbe essere sottostimato proprio perché poco conosciuto [21], e commentando l’allerta francese è stato fatto notare che anche davanti a un’insufficienza renale diagnosticata nelle ore successive il collegamento con il parrucchiere può sfuggire [28]. Un ingrediente nato per rendere il servizio più sicuro è oggi sul tavolo dei tossicologi europei. Ricordalo la prossima volta che un flacone ti promette “zero formaldeide”.

Cosa resta sulla fibra dopo la lisciatura

Sul risultato estetico nessuno discute: i capelli escono lisci e brillanti. Le misure di laboratorio raccontano anche il conto. Su capelli ricci trattati con formaldeide o con acido gliossilico, Leite e Maia Campos hanno rilevato minore resistenza alla rottura, minore capacità di assorbire e trattenere acqua e perdita di massa; la formaldeide ha reso la cuticola più irregolare, soprattutto con il calore, e l’acido gliossilico ha prodotto danni ancora maggiori [29]. Goshiyama e colleghi, lavorando su formule a base di gliossilil-carbocisteina e amminoacidi di cheratina, hanno visto che più il pH è acido, più la lisciatura riesce e più la fibra si danneggia; con entrambe le formule hanno registrato variazioni di colore e una riduzione dell’entalpia, un parametro termico legato all’integrità della cheratina [30].

In uno studio clinico su 30 donne trattate con un lisciante a base di metilenglicole, i capelli apparivano più morbidi e lucidi; 9 partecipanti però hanno avuto uno schiarimento del fusto e 4 hanno riferito caduta [31]. Trenta persone sono poche, e altri lavori, come quello di Boga e colleghi dell’Università di Bologna, hanno descritto una cuticola regolare dopo il trattamento con acido gliossilico [32]. La revisione brasiliana del 2022 conclude che i risultati variano da studio a studio e che gli effetti a lungo termine restano sconosciuti [6].

Poi c’è il calore. Durante la lisciatura la piastra passa 15-20 volte sullo stesso punto, una pratica che la review di Gavazzoni Dias definisce apertamente aggressiva per l’integrità delle proteine della fibra [5]. Il calore degrada il triptofano, uno degli amminoacidi della cheratina, e i prodotti di questa degradazione ingialliscono i capelli bianchi e scuriscono quelli decolorati [5]. Ti è mai capitato di vedere un biondo freddo virare verso il giallo dopo una lisciatura?

Capelli in fase di trattamento: due compatibilità diverse

“Capelli in trattamento” può voler dire due cose, e conviene tenerle separate. La prima riguarda la fibra che ha già subito servizi chimici, come decolorazione, colore, permanente o stiratura. La seconda riguarda la persona: una cute che sta seguendo un percorso per la caduta o per un’irritazione con desquamazione, magari con prodotti prescritti dal medico.

La fibra già trattata

Con i cosmetici a base di cheratina idrolizzata il quadro è semplice. Il capello decolorato attira e trattiene di più questi ingredienti [5, 13], che risultano compatibili e spesso utili. Quello che i dati descrivono, in laboratorio, è una fibra che si rompe meno e si pettina meglio [4, 5]. Parlare di “ricostruzione” è un salto che gli studi disponibili non autorizzano.

Con le lisciature il discorso cambia. Nel 2015 la review di Gavazzoni Dias attribuiva parte del successo del servizio proprio alla sua compatibilità con i capelli decolorati [5]. I dati arrivati dopo aggiungono qualche sfumatura. Le formule a base di gliossilil-carbocisteina modificano il colore delle ciocche in laboratorio [30] e in uno studio clinico quasi un terzo delle partecipanti ha avuto uno schiarimento del fusto [31]. Sui bianchi e sui decolorati il calore della piastra fa il resto [5]. Su una tinta appena fatta o su un biondo costruito con mesi di lavoro, sono effetti che la cliente vede subito, e che attribuirà a te.

Una confusione frequente riguarda le stirature permanenti. La stiratura alcalina con idrossidi e quella al tioglicolato, la cosiddetta stiratura giapponese, usano una chimica diversa dalla lisciatura “alla cheratina”: sono incompatibili tra loro e incompatibili con il capello decolorato. Per questo la letteratura raccomanda una prova su una ciocca prima di procedere, e di rinunciare se la ciocca si spezza [5].

E i tempi di attesa tra colore e lisciatura? Qui serve un’onestà un po’ scomoda. Per le stirature alcaline esistono indicazioni pubblicate, come attendere 15 giorni prima di applicare un colore senza ammoniaca [5]. Per le lisciature acide “alla cheratina”, nella letteratura scientifica che abbiamo consultato non compaiono intervalli validati da studi: le indicazioni in circolazione arrivano dalle schede dei produttori. Quando qualcuno ti presenta un numero preciso come regola scientifica, chiedigli da quale studio arriva.

Sappiamo invece che sommare chimiche diverse aumenta la vulnerabilità della fibra. Stiratura al tioglicolato, decolorazione e piastra applicate in sequenza hanno prodotto fibre con contorni irregolari, distacco della cuticola e possibile danno della corteccia [6]. A quel punto la fibra ha esaurito il margine.

La cute di chi sta seguendo un percorso

Qui cambia la domanda. Su una cliente che sta seguendo un percorso per la caduta, una maschera alla cheratina non ha dati che la colleghino al problema: gli studi citati misurano la resistenza e le rotture della fibra, e nessuno misura il follicolo. Può comunque essere utile. La review di Gavazzoni Dias ricorda che i cosmetici aiutano le persone a seguire con costanza i trattamenti per alopecia e cute, e che chi usa shampoo antiforfora o lozioni come il minoxidil ha bisogno di condizionanti per ridurre attrito e crespo [5]. Un capello che si pettina bene si spezza meno sotto la spazzola.

La lisciatura chimica su una cute in trattamento è tutta un’altra faccenda. La formaldeide può provocare una dermatite allergica da contatto che peggiora a ogni nuova esposizione, con eczema del cuoio capelluto e gonfiore del viso [6, 33]. Gavazzoni-Dias e colleghi hanno descritto sette casi di eczema psoriasiforme a cuoio capelluto, viso, collo e parte alta del tronco dopo una lisciatura brasiliana [34]. La revisione brasiliana aggiunge che queste reazioni potrebbero essere sottostimate, perché chi si sottopone al servizio tende a considerare normale l’irritazione da formaldeide [6]. Poi c’è la raccomandazione dell’Accademia di medicina francese: niente lisciatura in presenza di lesioni del cuoio capelluto, che aumentano la penetrazione dell’acido gliossilico [21]. Su una cute che desquama o porta i segni del grattamento, quella frase basta a decidere.

C’è poi un dato che chi si occupa di caduta dovrebbe conoscere. In uno studio caso-controllo brasiliano su 902 persone, l’alopecia fibrosante frontale è risultata associata alle lisciature con formalina, con un odds ratio di 3,18 dopo aggiustamento per sesso, età, menopausa e colore della pelle [35]. Un altro studio ha trovato una storia di stiratura chimica nel 25% delle persone con alopecia cicatriziale contro il 13% dei controlli [6]. Si tratta di associazioni statistiche, in popolazioni specifiche, che da sole non dimostrano un rapporto di causa. Davanti a una cliente con l’attaccatura che arretra sono informazioni da conoscere e da riferire al medico, mai da trasformare in sentenze.

Ultimo punto, forse il più utile al banco. Capita che dopo una lisciatura una cliente torni dicendo «mi cadono i capelli». La review di Gavazzoni Dias segnala che distinguere la caduta vera, come un effluvio telogen, dai capelli che si spezzano lungo il fusto non è scontato dal punto di vista della persona [5]. Guardare con la lente quello che raccoglie sul lavatesta, e capire se si tratta di capelli interi con la loro radice o di frammenti spezzati, cambia completamente il discorso che le farai.

E la cheratina da bere?

Per completezza, l’ultima tipologia: la cheratina in capsule. Uno dei prodotti in commercio, un idrolizzato di lana, è stato testato in uno studio clinico randomizzato e controllato con placebo su 50 donne per 90 giorni [36]. Le capsule però contenevano, oltre a 500 mg al giorno di cheratina, zinco, rame, biotina e altre vitamine del gruppo B, per cui il risultato non si può attribuire alla sola cheratina [36]. Uno studio piccolo, su un prodotto composito: abbastanza per incuriosirsi, troppo poco per costruirci una promessa. Un integratore, comunque, va valutato con il medico o con un professionista della nutrizione.

Cosa vede un Tecnico Tricologo che il flacone non dice

Arrivati fin qui, «fammi la cheratina» dovrebbe suonarti diversa. Davanti a quella frase, un Tecnico Tricologo Specializzato formato con l’Accademia di Tricologia fondata da Elena Pozzan parte dalla valutazione, prima di aprire qualsiasi flacone. Ricostruisce la storia chimica della fibra, servizio per servizio, comprese decolorazioni, henné e lisciature precedenti con il nome del prodotto usato. Osserva il cuoio capelluto con la microcamera e annota ciò che vede. Legge l’INCI cercando la formaldeide e i suoi sinonimi, a partire dal metilenglicole, oltre all’acido gliossilico e all’avvertenza «rilascia formaldeide». Chiede al fornitore la scheda di sicurezza e il peso molecolare della cheratina dichiarata. Fa la prova su una ciocca. E quando i segni sulla cute lo suggeriscono, rimanda il servizio.

Rimandare un servizio richiesto è la scelta più difficile al banco, perché la cliente vuole il risultato e lo vuole oggi. È anche la scelta che separa chi applica un prodotto da chi conosce la fibra su cui lo applica. La chimica dei legami del capello e la lettura dei segni del cuoio capelluto sono temi che un Tecnico Tricologo Specializzato conosce, e che trasformano una richiesta generica in una decisione motivata.

Dove finisce il nostro lavoro

Una lisciatura andata male non autorizza nessuno a fare diagnosi. Il Tecnico Tricologo osserva e documenta, e il suo consiglio resta sul piano cosmetico: non dice alla cliente «hai un’alopecia» né «è colpa della cheratina», e non suggerisce terapie. Se sulla cute compaiono lesioni, oppure arrossamento e desquamazione che non cedono, il passo corretto è indirizzare la persona al medico con la documentazione fotografica raccolta.

C’è un caso in cui la rapidità conta più di tutto. Se nelle ore successive a una lisciatura la cliente riferisce nausea, vomito, dolore addominale o lombare, le autorità francesi raccomandano di rivolgersi subito a un medico o a un centro antiveleni, specificando il prodotto utilizzato [28]; l’Accademia di medicina francese colloca la comparsa dell’insufficienza renale entro 24-48 ore dall’applicazione [21]. Conservare in salone l’INCI e il lotto di ogni prodotto applicato rende possibile quella comunicazione. Per gli effetti indesiderabili gravi, l’articolo 23 del Regolamento europeo sui cosmetici prevede la notifica all’autorità competente da parte della persona responsabile e dei distributori [12].

Segnali da non lasciar passare dopo una lisciatura
Nausea, vomito, dolore addominale o lombare nelle ore successive al servizio: indirizza subito la persona al medico o a un centro antiveleni, con il nome e l’INCI del prodotto usato [21, 28]. Lesioni, arrossamento o desquamazione persistenti del cuoio capelluto: documenta e indirizza al medico, senza formulare ipotesi diagnostiche.

Due domande da portarsi a casa

Resta una domanda per chi continua a vendere la lisciatura con la parola “cheratina” scritta più in grande di tutte le altre: se fosse davvero la cheratina a fare il lavoro, che bisogno ci sarebbe di una piastra a 230 gradi e di un ingrediente come l’acido gliossilico, oggi sotto valutazione europea per la tossicità renale?

E una per te. La prossima volta che una cliente ti dirà «fammi la cheratina», sapresti spiegarle con parole sue cosa stai per metterle in testa?


Nota. Questo articolo ha finalità informative e formative e non sostituisce il parere del medico. Il Tecnico Tricologo osserva e documenta i segni del cuoio capelluto; diagnosi e terapie restano di competenza medica.

Fonti

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  2. Schweizer J et al. New consensus nomenclature for mammalian keratins. J Cell Biol. 2006;174(2):169-174: doi.org
  3. Moll R, Divo M, Langbein L. The human keratins: biology and pathology. Histochem Cell Biol. 2008;129:705-733: doi.org
  4. Malinauskyte E et al. Penetration of different molecular weight hydrolysed keratins into hair fibres and their effects on the physical properties of textured hair. Int J Cosmet Sci. 2021;43(1):26-37: doi.org
  5. Gavazzoni Dias MFR. Hair cosmetics: an overview. Int J Trichology. 2015;7(1):2-15: doi.org
  6. de Paula JNH, Basílio FMA, Mulinari-Brenner FA. Effects of chemical straighteners on the hair shaft and scalp. An Bras Dermatol. 2022;97(2):193-203: doi.org
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  11. Commissione europea, banca dati CosIng: voci Hydrolyzed Keratin (rif. 34437), Hydroxypropyltrimonium Hydrolyzed Keratin (rif. 76878), Cocoyl Hydrolyzed Keratin (rif. 75453), Hydrolyzed Hair Keratin (rif. 76598, collegata all’Allegato II/416): ec.europa.eu
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  27. SCCS, Request for a scientific Opinion on the safety of Glyoxylic Acid when used in cosmetic products (maggio 2026); sintesi COSlaw: coslaw.eu
  28. Premium Beauty News, allerta ANSES sui liscianti con acido gliossilico (2024): premiumbeautynews.com
  29. Leite MGA, Maia Campos PMBG. Mechanical characterization of curly hair: influence of the use of nonconventional hair straightening treatments. Skin Res Technol. 2017;23:539-544
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