dieta vegana e caduta capelli..
Quando la caduta comincia dal piatto: un caso dal mio studio, e cosa insegna sul confine tra capello e alimentazione
Giulia ha trentaquattro anni e siede nel mio studio con una richiesta netta: da qualche mese trova più capelli sulla spazzola, sul cuscino, nella doccia. Nessuna chiazza, nessun prurito. Il diradamento è diffuso, lo percepisce soprattutto sulla riga e sulle lunghezze. È il quadro con cui più spesso ci si presenta, ed è anche il più insidioso, perché aspecifico.
La prima cosa che faccio, quando arriva una richiesta come questa, non è guardare i capelli. È fare domande. La caduta diffusa è la spia di troppe cose diverse perché si possa partire dal fusto.
Il colloquio, prima del microscopio
Chiedo dei ritmi. Giulia dorme poco e male da un anno, dopo un cambio di mansione che l’ha caricata di responsabilità. Chiedo dello stress, e lei lo conferma senza esitare. Chiedo di terapie in corso, di contraccezione, di eventi recenti che abbiano segnato il corpo, di familiarità con il diradamento. Costruisco, domanda dopo domanda, la cronologia. È in questa cronologia che la caduta va collocata, non nel vuoto.
Arrivo all’alimentazione. Giulia racconta di seguire una dieta vegana da circa due anni, per convinzione, con soddisfazione. Mangia bene, dice, molta verdura, cereali, frutta. Alla domanda su legumi, semi e alimenti fortificati la risposta si fa più vaga: qualche volta, non tutti i giorni, senza un criterio.
Poi aggiunge, quasi come una parentesi: “Se le interessa, ho con me delle analisi del sangue. Me le ha prescritte il medico un mese fa, per una stanchezza che mi porto dietro, niente a che vedere con i capelli.”
Qui il colloquio cambia inquadratura, e qui si gioca una parte decisiva del mio mestiere. La risposta corretta non è né rifiutare quei fogli né tuffarmici dentro come farebbe un clinico. È questa, e gliela dico chiaramente: non sono un medico, non interpreto referti e non prescrivo nulla. Ma quei valori esistono già, li ha richiesti e li leggerà il suo medico. Guardarli insieme, senza che io mi sostituisca a lui, può aiutarmi a capire se il quadro che osservo sul capello è coerente con un contesto nutrizionale, o se punta altrove.
Cosa emerge dai fogli
Giulia estrae le analisi. Il quadro, rappresentativo di molti che vedo, è questo: ferritina 13 ng/mL, sideremia bassa, emoglobina 12,9 g/dL. Vitamina B12 al limite inferiore dell’intervallo. Tutto il resto nella norma.
Il dettaglio che conta, e che a un occhio non formato sfugge, è la combinazione. L’emoglobina è dentro l’intervallo: Giulia non è anemica. Ma la ferritina, che stima le riserve, è al fondo della scala. È il quadro che in letteratura viene chiamato carenza marziale non anemica: le scorte sono esaurite prima che il sangue mostri anemia (Trost, Bergfeld & Calogeras, 2006). Si somma una B12 ai minimi, coerente con due anni di dieta vegana senza attenzione costante alle fonti fortificate.
Sottolineo subito il limite di questa lettura, perché è lo stesso limite che devo saper comunicare a Giulia. Non sto diagnosticando una carenza né stabilendo che quella carenza causa la sua caduta. Sto osservando che un segno tricologico diffuso, comparso in un certo periodo, si accompagna a un contesto nutrizionale plausibile e a valori che il suo medico dovrà interpretare e, se del caso, correggere. Il mio contributo è mettere in fila il segno, la cronologia e il contesto, e rimandare la persona al clinico con una domanda precisa invece che con un’ansia generica.
Da qui in poi lascio la poltrona e passo alla cultura che rende quella lettura possibile. Perché il modo in cui un’alimentazione povera di alcuni elementi arriva a manifestarsi sul capello non è una freccia dritta. È una catena, con più anelli, e ciascun anello va capito per non tirare conclusioni sbagliate.
Primo anello: il ferro che c’è ma si assorbe meno
Nei vegetali il ferro è in forma non-eme, la cui disponibilità dipende dal contesto del pasto. Fitati dei cereali e dei legumi, ossalati, polifenoli di tè e caffè formano complessi che ne riducono l’assorbimento; la vitamina C lo favorisce (Melina, Craig & Levin, 2016). Il ferro eme, presente solo negli alimenti animali, entra nell’intestino in forma già protetta e risente molto meno di questi fattori. Il regime di Giulia, quindi, parte con uno svantaggio di assorbimento reale.
Reale, ma non assoluto, e questo è il primo punto in cui la catena si complica invece di stringersi. L’organismo di chi segue a lungo una dieta vegetale adatta la propria efficienza. In un trial controllato del 2025, i vegani hanno mostrato, dopo un pasto ricco di ferro non-eme, un incremento della sideremia superiore a quello degli onnivori, associato a livelli più bassi di epcidina, l’ormone che frena l’assorbimento intestinale (López-Moreno et al., 2025). È uno studio piccolo, acuto, su giovani adulti, e gli stessi autori chiedono conferme longitudinali: non dimostra che i vegani abbiano sempre un ferro migliore, dimostra che esiste un adattamento fisiologico che recupera parte dello svantaggio. Un dato più datato lo aveva già suggerito su regime latto-ovo-vegetariano, con assorbimento del non-eme quasi quadruplicato rispetto al vegetariano eppure indici ematici stabili per otto settimane (Hunt & Roughead, 1999); lo cito come prova del meccanismo di adattamento, sapendo che quella popolazione non è vegana e che il trasferimento vale per la logica dell’assorbimento, non per i numeri.
La conseguenza pratica è che una dieta vegana ben pianificata non porta necessariamente a riserve basse. Le posizioni delle società di nutrizione riconoscono che un regime vegano appropriato è nutrizionalmente adeguato (Melina, Craig & Levin, 2016). Il problema nasce quando la pianificazione manca, come nel “qualche volta, senza un criterio” di Giulia. È lì che l’adattamento non basta e le scorte si erodono.
Secondo anello: dalla riserva bassa al capello, un nesso più fragile di quanto si creda
Supponiamo pure che le riserve si siano esaurite. Il passaggio successivo, quello che collega la ferritina bassa alla caduta, è l’anello che la tricologia da salone dà troppo spesso per scontato, e che la letteratura primaria tiene aperto.
Che una ferritina bassa si associ a diradamento diffuso è osservazione frequente. Che la causi, o che riportarla sopra una soglia fermi la caduta, è affermazione diversa e non consolidata. Sinclair (2002) non ha trovato associazione chiara tra ferritina bassa e telogen effluvium cronico diffuso. Gli stessi Trost e colleghi (2006) concludono che manca evidenza sufficiente a raccomandare l’integrazione di ferro nelle donne con caduta e carenza non anemica. La rassegna di Almohanna, Ahmed, Tsatalis e Tosti (2019) descrive il ruolo dei micronutrienti nell’alopecia non cicatriziale come reale ma non del tutto chiarito, e lo inquadra come fattore di rischio modificabile, non come causa provata.
Si aggiunge un’ambiguità nel marcatore stesso. La ferritina è anche una proteina di fase acuta: sale in presenza di infiammazione, infezioni, altre condizioni, e per questo un valore isolato può ingannare (Trost, Bergfeld & Calogeras, 2006). È una delle ragioni per cui l’interpretazione spetta al medico, che dispone del contesto clinico, e non a me che leggo un numero su un foglio. Nel caso di Giulia la ferritina bassa è coerente con il quadro, ma resta un tassello da consegnare al clinico, non una sentenza.
Terzo anello: le proteine, la lisina e il doppio effetto
C’è un elemento che lega i due anelli precedenti e mostra perché parlo di catena e non di cause separate.
Il fusto del capello è in larga parte cheratina, ricca di aminoacidi solforati. Ciò che sappiamo del rapporto tra proteine e capello viene soprattutto da studi su malnutrizione proteico-energetica e denutrizione, contesti severi in cui il capello diventa rado e fragile (Rushton, 2002). Una dieta vegana pianificata non è carente di proteine. Ma il profilo aminoacidico delle singole fonti conta: i cereali sono poveri di lisina, i legumi di metionina e cisteina, e solo la loro combinazione nell’arco della giornata copre il fabbisogno.
La lisina merita attenzione perché agisce su due leve insieme. Oltre al ruolo strutturale, Rushton (2002) le assegna un ruolo nell’assorbimento del ferro. Un apporto insufficiente di questo aminoacido, che nelle diete vegetali può essere il fattore limitante, tocca quindi la struttura del capello e, contemporaneamente, la capacità di trattenere il ferro. Ecco la concatenazione: una dieta appiattita sui cereali e povera di legumi non abbassa un solo parametro, ne intreccia diversi, e il capello si trova al punto di convergenza.
L’anello che spesso si sopravvaluta: B12, zinco e il resto
Per completezza, e per onestà, va detto dove la catena si assottiglia.
La carenza di B12 è un rischio vegano ben documentato sul piano nutrizionale: la cobalamina è assente nei vegetali non fortificati, e i tassi di deplezione sono più alti nei vegani che nei latto-ovo-vegetariani, con intervalli ampi tra le popolazioni studiate (Pawlak et al., 2013). Il legame diretto con il capello è però più debole: la B12 rientra tra le vitamine del gruppo B associate alla caduta nelle rassegne, ma l’evidenza clinica specifica è modesta e alcuni studi non rilevano differenze di B12 tra chi ha telogen effluvium e chi no (Almohanna et al., 2019). Il rischio di Giulia sulla B12 è reale e va gestito dal medico; attribuire a quella carenza la sua caduta sarebbe un salto.
Lo zinco è il caso in cui prudenza e senso comune divergono di più. Compare in ogni lista di “nutrienti per capelli”, eppure Rushton (2002) è netto nel constatare l’assenza di evidenza a sostegno dell’idea che bassi livelli sierici di zinco causino caduta. Per vitamina D e omega-3 il quadro sul capello resta preliminare e associativo. Elencarli tutti come “coinvolti” darebbe un’impressione di completezza al prezzo della precisione.
Perché questo caso non si improvvisa
Torno a Giulia, e a chi legge dall’altra parte del riunito.
In una ventina di minuti, senza toccare un capello, ho fatto alcune cose che sembrano semplici e non lo sono. Ho costruito una cronologia che colloca la caduta rispetto allo stress, al sonno e a un cambio di dieta di due anni prima. Ho riconosciuto, nei valori che Giulia mi ha mostrato, un quadro di carenza marziale non anemica coerente con quel contesto. Sapevo che il nesso tra ferritina e caduta è conteso, e che quindi non potevo promettere nulla né vendere un integratore. Ho capito dove finisce la mia competenza e come formulare il rinvio al medico perché fosse utile e non allarmistico. Ho tenuto tutto dentro l’ambito cosmetico definito dal Regolamento (CE) 1223/2009.
Nessuno di questi passaggi si impara in un pomeriggio. Riconoscere la coerenza tra un segno cosmetico e un contesto nutrizionale, sapere che una fonte autorevole del 2006 e una del 2025 possono raccontare la stessa storia da lati opposti, distinguere ciò che è documentato da ciò che è solo plausibile, comunicare un limite a una persona preoccupata senza spaventarla né illuderla: è competenza stratificata, fatta di fisiologia, di regolamento, di lettura critica delle fonti e di gestione del colloquio.
Chi porta la tricologia in salone con un corso improvvisato tende a fare l’opposto di ciò che ho fatto con Giulia. Vede la ferritina bassa e conclude. Salta gli anelli intermedi. Consiglia l’integratore, che senza carenza documentata non ha benefici provati e talvolta comporta rischi (Guo & Katta, 2017), e lo fa fuori competenza. Il danno non è solo per la persona: è per la credibilità di un’intera professione, che merita di essere esercitata da chi ha attraversato un percorso vero.
Questo è il senso di una formazione da tecnico tricologo specializzato. Non aggiungere un servizio alla lista del salone, ma acquisire la struttura che permette di stare, con rigore, esattamente sul confine che il caso di Giulia ha reso visibile. Se è questo il livello a cui vuoi lavorare, è da qui che si comincia.
Nota deontologica e trasparenza sul caso
Il caso descritto è rappresentativo: ricostruisce, con dati verosimili, dinamiche osservate ricorrentemente nella pratica, senza riferirsi a una persona reale identificabile. I contenuti hanno finalità informativa e formativa nell’ambito della tricologia cosmetica. Non costituiscono diagnosi né indicazione terapeutica. L’interpretazione degli esami del sangue, l’accertamento di una carenza, la gestione di un’anemia e ogni prescrizione integrativa sono di competenza esclusiva del medico. In presenza di caduta persistente o di sospetta carenza, la persona va indirizzata a una valutazione medica.
Bibliografia
- Almohanna, H. M., Ahmed, A. A., Tsatalis, J. P., & Tosti, A. (2019). The Role of Vitamins and Minerals in Hair Loss: A Review. Dermatology and Therapy, 9(1), 51–70. https://doi.org/10.1007/s13555-018-0278-6
- Guo, E. L., & Katta, R. (2017). Diet and hair loss: effects of nutrient deficiency and supplement use. Dermatology Practical & Conceptual, 7(1), 1–10. https://doi.org/10.5826/dpc.0701a01
- Hunt, J. R., & Roughead, Z. K. (1999). Nonheme-iron absorption, fecal ferritin excretion, and blood indexes of iron status in women consuming controlled lactoovovegetarian diets for 8 wk. American Journal of Clinical Nutrition, 69(5), 944–952. https://doi.org/10.1093/ajcn/69.5.944 (PMID: 10232635)
- López-Moreno, M., Viña, I., Marrero-Fernández, P., Galiana, C., Bertotti, G., Roldán-Ruiz, A., & Garcés-Rimón, M. (2025). Dietary Adaptation of Non-Heme Iron Absorption in Vegans: A Controlled Trial. Molecular Nutrition & Food Research, 69(12), e70096. https://doi.org/10.1002/mnfr.70096 (PMID: 40320969)
- Melina, V., Craig, W., & Levin, S. (2016). Position of the Academy of Nutrition and Dietetics: Vegetarian Diets. Journal of the Academy of Nutrition and Dietetics, 116(12), 1970–1980. https://doi.org/10.1016/j.jand.2016.09.025
- Pawlak, R., Parrott, S. J., Raj, S., Cullum-Dugan, D., & Lucus, D. (2013). How prevalent is vitamin B12 deficiency among vegetarians? Nutrition Reviews, 71(2), 110–117. https://doi.org/10.1111/nure.12001
- Rushton, D. H. (2002). Nutritional factors and hair loss. Clinical and Experimental Dermatology, 27(5), 396–404. https://doi.org/10.1046/j.1365-2230.2002.01076.x
- Sinclair, R. (2002). There is no clear association between low serum ferritin and chronic diffuse telogen hair loss. British Journal of Dermatology, 147(5), 982–984. https://doi.org/10.1046/j.1365-2133.2002.04997.x
- Trost, L. B., Bergfeld, W. F., & Calogeras, E. (2006). The diagnosis and treatment of iron deficiency and its potential relationship to hair loss. Journal of the American Academy of Dermatology, 54(5), 824–844. https://doi.org/10.1016/j.jaad.2005.11.1104
- Regolamento (CE) n. 1223/2009 del Parlamento europeo e del Consiglio del 30 novembre 2009 sui prodotti cosmetici.
- Commissione europea (2017). Documento tecnico sui claim relativi ai prodotti cosmetici, a supporto del Regolamento (UE) n. 655/2013.

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