"Tanto è uguale, schiuma e lava."...
Shampoo, doccia shampoo, bagno doccia: se non sai spiegare la differenza, il cliente ha ragione lui
“Tanto è uguale, schiuma e lava.”
Quante volte te lo sei sentito dire al lavatesta? E quante volte hai risposto qualcosa di vago tipo “eh no, lo shampoo è più delicato”, sperando che finisse lì? Perché se il cliente avesse insistito — delicato perché? cosa c’è dentro di diverso? — la conversazione si sarebbe fatta scomoda.
Questo articolo serve a farti vincere quella conversazione. Con numeri, non con “fidati di me”.
Primo numero da imparare: 3,7
Il capello, inteso come fibra cheratinica, ha un punto isoelettrico attorno a pH 3,7. Sotto quel valore la superficie del fusto è elettricamente stabile; sopra, la carica negativa aumenta, le squame si sollevano, le fibre si respingono e sfregano tra loro. Gavazzoni Dias e il suo gruppo hanno misurato il pH di 123 shampoo in commercio e la conclusione è netta: un pH alcalino aumenta la carica negativa sulla superficie del fusto e può portare a danno cuticolare e rottura della fibra (Int J Trichology, 2014).
Il cuoio capelluto, dal canto suo, vive su valori acidi, nell’intorno di 4,5–5,5, come il resto del film idrolipidico cutaneo.
Ora prendi un sapone solido da corpo: pH 9–10. Un bagnoschiuma medio da supermercato lavora spesso tra 5,5 e 7, che sulla schiena non crea alcun problema. Sul capello, quel punto e mezzo di differenza rispetto a uno shampoo ben formulato (3,5–5,5) è la distanza tra una cuticola chiusa e una cuticola che si apre a ogni lavaggio. Il cliente non lo vede al primo shampoo sbagliato. Lo vede tu, sei mesi dopo, quando ti porta lunghezze vergini che sembrano decolorate.
Quando ti dice “tanto è uguale”, la risposta è: no, tra il tuo bagnoschiuma e uno shampoo ci può essere la stessa differenza di acidità che c’è tra il caffè e l’acqua del rubinetto. Su una fibra morta, che non si ripara da sola, quella differenza si accumula.
Secondo argomento: cosa resta sul capello dopo il risciacquo
Qui si gioca la partita vera, quella che il pH da solo non spiega.
Uno shampoo moderno non si limita a togliere. Deposita. La revisione di Cornwell sulla tecnologia dei tensioattivi (Int J Cosmet Sci, 2018) descrive il meccanismo: i tensioattivi anionici — il famoso sodium laureth sulfate che il cliente ha imparato a temere da qualche video — lavorano in coppia con tensioattivi secondari come la cocamidopropyl betaine e, soprattutto, fanno da sistema di trasporto per polimeri cationici (i vari polyquaternium che trovi nell’INCI) e siliconi in emulsione. Al risciacquo, questi condizionanti si agganciano alla carica negativa del capello e ci restano. Pettinabilità a umido, meno frizione, meno elettricità statica: tutto lì dentro.
Un bagno doccia fa il percorso opposto per progetto. Deve lavare la pelle e sparire completamente, perché nessuno vuole un film di polyquaternium sulla schiena. Quindi: sistema tensioattivo spesso più carico e sgrassante, condizionanti assenti o decorativi.
Ecco l’esercizio da fare in salone, e da far fare al cliente: gira due flaconi, uno shampoo e un bagno doccia, e cerca la parola “polyquaternium” o “guar hydroxypropyltrimonium”. Nel primo la trovi. Nel secondo quasi mai. Quella riga di INCI è la differenza che il cliente diceva non esistere.
Terzo argomento: la zona che lavi non è pelle qualsiasi
Il cuoio capelluto è il distretto cutaneo più estremo del corpo. Centomila follicoli in media, la densità pilifera più alta in assoluto — circa 200 per centimetro quadrato — e una densità di ghiandole sebacee che arriva a 400–900 per centimetro quadrato, contro le poche decine di braccia e gambe (Ludovici et al., Sci Rep, 2018). Uno studio del 2025 su cuoio capelluto seborroico ha aggiunto un dettaglio che dovrebbe far riflettere chiunque tenga un lavatesta: rispetto ad attaccatura e nuca, il vertice ha più sebo, meno idratazione e barriera più debole (Skin Res Technol, 2025).
Più sebo da gestire, meno difese per sopportare l’aggressione. Un detergente da corpo su questa zona sbaglia due volte: o non arriva al sebo nel follicolo, o ci arriva strappando anche i lipidi di barriera. Cornwell documenta proprio questo: i tensioattivi più duri alterano l’impacchettamento dei lipidi dello strato corneo e ne rimuovono componenti. La cute che “tira” dopo la doccia, e poi torna unta più in fretta di prima, è il ciclo classico che vedi nei clienti convinti che il flacone unico sia una furbizia.
E il doccia shampoo, allora?
Il 2 in 1 vero — quello nato dai laboratori, con sistemi studiati per far convivere tensioattivo anionico e condizionante cationico senza che si neutralizzino — esiste ed è un pezzo di chimica cosmetica rispettabile. Draelos lo ricorda nel suo lavoro sulla detersione (Int J Trichology, 2010): la sfida di detergere e condizionare in un solo passaggio ha una storia tecnica seria.
Il punto è che il flacone da tre euro con la scritta “doccia shampoo” raramente appartiene a quella storia. Nella maggior parte dei casi è un bagno doccia con un condizionante messo lì per giustificare la parola “shampoo” in etichetta. Legittimo per la borsa della palestra, per il weekend fuori, per il cliente rasato a tre millimetri. Come abitudine quotidiana su un capello colorato o su una cute reattiva, è il motivo per cui poi certi clienti comprano tre maschere all’anno e danno la colpa al calcare.
Questa è consulenza che vale soldi, tra l’altro. Il cliente che capisce perché il suo bagnoschiuma gli sta rovinando il colore è un cliente che smette di comprare detergenti a caso al supermercato e inizia a chiedere a te.
Dove ti fermi
Un paletto, chiaro. Tu riconosci la cute impoverita da detersione sbagliata, correggi il prodotto, spieghi il meccanismo. Davanti a rossore persistente, desquamazione importante, lesioni, croste: si manda dal dermatologo, senza tentare la carta del “proviamo prima questo shampoo”. Chi promette di sistemare una cute infiammata con un cambio di detergente sta facendo il medico senza esserlo, e prima o poi il conto arriva — al cliente e alla sua reputazione.
Distinguere i due scenari, leggere un INCI riga per riga, sapere quale pH ha in mano quando consiglia un prodotto: è esattamente il tipo di competenza che separa un Tecnico Tricologo Specializzato formato con Accademia di Tricologia da chi ripete slogan sentiti dai rappresentanti.
A chi consiglia detergenti in salone senza saper dire a che pH lavorano: quando il cliente ti chiede “perché questo e non quello del supermercato”, cosa rispondi di preciso?
E tu, al lavatesta, l’INCI dei prodotti che usi ogni giorno l’hai mai letto davvero?
Le informazioni contenute in questo articolo hanno finalità formative e divulgative in ambito trico-cosmetico. Non costituiscono parere medico né sostituiscono la valutazione di un dermatologo, unico professionista abilitato alla diagnosi e al trattamento delle patologie di cute e capelli.
Fonti
- Gavazzoni Dias MF, de Almeida AM, Cecato PM, Adriano AR, Pichler J. The shampoo pH can affect the hair: myth or reality? Int J Trichology. 2014;6(3):95-99. DOI: 10.4103/0974-7753.139078
- Cornwell PA. A review of shampoo surfactant technology: consumer benefits, raw materials and recent developments. Int J Cosmet Sci. 2018;40(1):16-30. DOI: 10.1111/ics.12439
- Draelos ZD. Essentials of hair care often neglected: hair cleansing. Int J Trichology. 2010;2(1):24-29. PMID: 21188020
- Ludovici M, et al. Influence of the sebaceous gland density on the stratum corneum lipidome. Sci Rep. 2018;8:11500. PMCID: PMC6068117
- Physiological characteristics of scalp skin with high sebum production and the impacts of shampoo cleansing. Skin Res Technol. 2025. PMCID: PMC13464430
- Gavazzoni Dias MF. Hair cosmetics: an overview. Int J Trichology. 2015;7(1):2-15. PMID: 25878443

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Sono Elena Pozzan, Formatrice e Fondatrice di Accademia di Tricologia…
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