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Tecnico tricologo: Lei assume latticini?
Cliente: Pochissimo. Solo un bicchiere di latte a settimana.
Tecnico tricologo: Capisco. Allora le chiedo diversamente: mi descriva una sua giornata tipo a tavola. Cosa mette nel piatto a pranzo e a cena?
Cliente: Niente di particolare… il primo, un secondo, la verdura. Ah, e una bella fetta di formaggio, quella sì, tutti i giorni a fine pasto. Ma quello mica è latte, vero?
Questo piccolo scambio riassume metà del problema. La cliente è convinta in buona fede di “non assumere quasi latticini”, perché nella sua testa latticino significa latte. Il formaggio quotidiano, lo yogurt della merenda, il cucchiaio di ricotta o il parmigiano sulla pasta restano fuori dal conteggio. È per questo che, in fase di anamnesi, la domanda va costruita con cura: non “assume latticini?”, ma “cosa mangia, quando e quanto?”. La risposta cambia completamente. E cambia anche il senso di tutto ciò che segue.
Latte e derivati: un alimento eccellente che con pelle e capelli ha qualche conto in sospeso
Duecentocinquanta millilitri di latte vaccino forniscono circa 300 mg di calcio, 8 g di proteine ad alto valore biologico, una buona quota di vitamina B12, riboflavina e fosforo, oltre alla vitamina D nei prodotti addizionati. È il profilo di un alimento difficile da battere. Curiosamente, lo stesso alimento “perfetto per tutti” è anche quello che oltre la metà dell’umanità adulta non digerisce bene: la prevalenza dell’ipolattasia stimata con metodi strumentali si aggira intorno al 57%, mentre quella reale è ritenuta superiore al 65%, con forti differenze geografiche (Catanzaro et al., Nutrition Research, 2021).
L’intolleranza al lattosio, però, è una questione digestiva e qui non ci riguarda. Il punto interessante per chi lavora sul cuoio capelluto è un altro: il latte non è soltanto un nutriente, è un sistema di segnalazione ormonale. E quella segnalazione lascia tracce sulla pelle.
L’associazione con l’acne è il dato dietetico-dermatologico più robusto che abbiamo
Lo studio prospettico di Adebamowo e colleghi sulla coorte femminile (oltre 47.000 donne) ha rilevato un’associazione positiva tra acne adolescenziale e consumo di latte totale e scremato (Journal of the American Academy of Dermatology, 2005). Lo studio successivo sui ragazzi (4.273 soggetti) ha confermato l’andamento, con un dettaglio controintuitivo: l’associazione più forte riguardava il latte scremato (prevalence ratio 1,19; IC 95% 1,01–1,40) (Adebamowo et al., JAAD, 2008).
Il latte scremato, quello scelto da molti perché ritenuto più “leggero”, risulta quindi più associato all’acne del latte intero. La meta-analisi di Juhl e colleghi su 78.529 tra bambini, adolescenti e giovani adulti ha consolidato il quadro, con un effetto dose-dipendente per il consumo di latticini e in particolare di latte (Nutrients, 2018), e casistiche indipendenti hanno aggiunto conferme (LaRosa et al., JAAD, 2016).
Il fatto che a “pesare” sia la versione senza grasso indica che il problema non è il grasso. È il segnale ormonale che il latte porta con sé.
Il meccanismo: insulina, IGF-1 e l’interruttore mTORC1
Il latte è, dal punto di vista evolutivo, lo strumento con cui un mammifero fa crescere il proprio cucciolo. Per farlo, attiva una via metabolica precisa.
Il consumo di latte aumenta i livelli di insulina e di IGF-1 (fattore di crescita insulino-simile) e fornisce grandi quantità di leucina, un aminoacido a catena ramificata. Questi segnali convergono sull’attivazione di mTORC1, il complesso che regola la crescita cellulare. mTORC1 attivato inibisce il fattore di trascrizione FoxO1, che esce dal nucleo: il risultato è un’amplificazione della segnalazione del recettore degli androgeni e un aumento della lipogenesi tramite SREBP-1, quindi della produzione di sebo (Melnik, Dermato-Endocrinology, 2012).
Il latte scremato mantiene intatto il messaggio insulinotropico delle proteine del siero e degli zuccheri, e perde solo il grasso: per la pelle conta il messaggio, non la panna. A questo si aggiunge un dato sulla materia prima: gran parte del latte commerciale proviene da vacche gravide e contiene precursori del diidrotestosterone (DHT), come il 5α-pregnanedione e il 5α-androstanedione (Danby, JAAD, 2005). È qui che il discorso entra nel terreno della tricologia.
Dal viso al cuoio capelluto: cosa regge e cosa no
Acne e alopecia androgenetica condividono la stessa biologia di fondo: il follicolo sebaceo, gli androgeni, il DHT e l’enzima 5-alfa-reduttasi. Da qui la deduzione diffusa: se il latte alza insulina, IGF-1 e segnalazione androgenica, allora favorisce la caduta dei capelli. Il ragionamento è suggestivo, ma due elementi lo ridimensionano.
Il primo riguarda proprio l’IGF-1. A livello follicolare l’IGF-1 non è dannoso: le cellule della papilla dermica del cuoio capelluto calvo ne secernono di meno rispetto a quelle del cuoio non calvo, e questa riduzione locale è considerata uno dei meccanismi che contribuiscono alla calvizie maschile (Panchaprateep & Asawanonda, Experimental Dermatology, 2014). L’IGF-1 sistemico indotto dalla dieta e l’IGF-1 follicolare non vanno confusi.
Il secondo è dirimente: non esistono studi clinici randomizzati che dimostrino che il consumo di latte causi alopecia androgenetica. L’associazione diretta latte–AGA è oggi plausibile sul piano meccanicistico ed estrapolata dalla letteratura sull’acne, ma non provata al livello di evidenza che serve per parlare di causalità . Alcune recenti analisi di randomizzazione mendeliana hanno cominciato a indagare se i latticini ad alto contenuto di grassi agiscano sul metabolismo androgenico nella perdita di capelli, ma gli stessi autori sottolineano che servono studi mirati per chiarirne i meccanismi (analisi su pattern dietetici e hair loss non cicatriziale, PMC, 2025).
Perché “eliminare i latticini” non è una cura per i capelli
Quello che possiamo sostenere con solidità è l’associazione latte–acne, il meccanismo ormonale che la spiega e la parentela biologica tra acne e AGA. Quello che non possiamo sostenere è che bere latte causi calvizie, che togliere i latticini faccia ricrescere i capelli o che il discorso valga allo stesso modo per chiunque.
La variabile decisiva è la predisposizione individuale. In un soggetto geneticamente predisposto all’AGA, con cuoio capelluto seborroico e marcata attività della 5-alfa-reduttasi, un’alimentazione di tipo occidentale — l’accoppiata latte e zucchero che massimizza la segnalazione mTORC1 — può ragionevolmente concorrere al contesto androgenico e infiammatorio locale. In un altro soggetto, lo stesso bicchiere di latte è semplicemente colazione. La differenza non sta nel latte, sta nel terreno su cui arriva.
Cosa significa per la pratica tricologica
Come professionisti tecnici tricologi integrati non trasformiamo il latte nel nemico di turno e non compiliamo diete. Il nostro lavoro è leggere il cuoio capelluto nel suo contesto: stato seborroico, segni di sensibilizzazione androgenica, abitudini di vita, qualità della barriera. In questa lettura un dato come “consumo elevato di latticini in un terreno predisposto” smette di essere un titolo da social e diventa un’informazione da inquadrare, e quando serve da indirizzare alle figure cliniche competenti.
L’approccio cosmetologico tricologico ragiona per equilibri, non per colpevoli singoli. Il latte non fa cadere i capelli, ma in alcuni terreni può essere uno dei fattori che spostano l’ago della bilancia. Distinguere tra causa, fattore concomitante e folklore è esattamente la competenza che formiamo.
In sintesi
Il latte resta un alimento nutrizionalmente prezioso. Sul suo legame con l’acne la letteratura è chiara e il meccanismo ormonale è ben caratterizzato. Sui capelli l’evidenza è più prudente: la plausibilità esiste, la prova causale no. Chi promette certezze in un senso o nell’altro sta semplificando più di quanto la scienza consenta.
Disclaimer deontologico
Il presente contenuto ha finalità informative e formative. Il professionista tecnico tricologo integrato che opera in ambito cosmetologico non formula diagnosi mediche e non prescrive terapie, diete o integratori. Eventuali sospetti di patologia del cuoio capelluto, alterazioni dell’assetto ormonale o disturbi del comportamento alimentare devono essere indirizzati alle figure sanitarie competenti (medico, dermatologo, endocrinologo, nutrizionista). Le indicazioni alimentari qui discusse non costituiscono consiglio nutrizionale personalizzato.
Fonti
- Catanzaro R, Sciuto M, Marotta F. Lactose intolerance: An update on its pathogenesis, diagnosis, and treatment.Nutrition Research. 2021;89:23–34. doi:10.1016/j.nutres.2021.02.003
- Adebamowo CA, Spiegelman D, Danby FW, Frazier AL, Willett WC, Holmes MD. High school dietary dairy intake and teenage acne. Journal of the American Academy of Dermatology. 2005;52(2):207–214. doi:10.1016/j.jaad.2004.08.007
- Adebamowo CA, Spiegelman D, Berkey CS, Danby FW, Rockett HH, Colditz GA, Willett WC, Holmes MD. Milk consumption and acne in teenaged boys. Journal of the American Academy of Dermatology. 2008;58(5):787–793. doi:10.1016/j.jaad.2007.08.049
- Juhl CR, Bergholdt HKM, Miller IM, Jemec GBE, Kanters JK, Ellervik C. Dairy Intake and Acne Vulgaris: A Systematic Review and Meta-Analysis of 78,529 Children, Adolescents, and Young Adults. Nutrients. 2018;10(8):1049. doi:10.3390/nu10081049
- LaRosa CL, Quach KA, Koons K, Kunselman AR, Zhu J, Thiboutot DM, Zaenglein AL. Consumption of dairy in teenagers with and without acne. Journal of the American Academy of Dermatology. 2016;75(2):318–322. doi:10.1016/j.jaad.2016.04.030
- Melnik BC. Dietary intervention in acne: Attenuation of increased mTORC1 signaling promoted by Western diet.Dermato-Endocrinology. 2012;4(1):20–32. doi:10.4161/derm.19828 (PMID: 22870349)
- Danby FW. Acne and milk, the diet myth, and beyond. Journal of the American Academy of Dermatology. 2005;52(2):360–362. doi:10.1016/j.jaad.2004.09.022
- Panchaprateep R, Asawanonda P. Insulin-like growth factor-1: roles in androgenetic alopecia. Experimental Dermatology. 2014;23(3):216–218. doi:10.1111/exd.12339 (PMID: 24499417)

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Sono Elena Pozzan, Formatrice e Fondatrice di Accademia di Tricologia…
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