Il nichel non è un ingrediente: è un contaminante...

Nichel free o nichel tested: cosa dicono davvero le etichette

Tra l’8% e il 19% della popolazione adulta europea risulta sensibilizzato al nichel, con una netta prevalenza femminile (Ahlström et al., Contact Dermatitis, 2019). È un bacino enorme di persone che, davanti allo scaffale, cercano una rassicurazione. Ed è esattamente su questa ricerca che si è costruito uno dei claim più diffusi e più fraintesi della cosmetica: “nichel tested”, spesso affiancato o sostituito dal più ambiguo “nichel free”.

Vale la pena fare chiarezza, perché le due diciture non sono sinonimi, una delle due non significa quasi nulla, e il modo in cui vengono comunicate racconta più di marketing che di sicurezza.

Il nichel non è un ingrediente: è un contaminante

Il primo dato ribalta la percezione comune. In un cosmetico nessuno aggiunge nichel. Il Regolamento (CE) n. 1223/2009, che disciplina i prodotti cosmetici nell’Unione Europea, vieta l’impiego del nichel come ingrediente inserendolo nell’Allegato II, l’elenco delle sostanze proibite (art. 14).

Se è vietato, come può comparire nei prodotti? Perché il nichel è ubiquitario in natura e nei processi produttivi. Arriva come impurezza delle materie prime — pigmenti minerali, argille, talchi, persino estratti vegetali che lo assorbono dal terreno — oppure per migrazione dai macchinari di produzione e dal packaging. Per questa ragione l’articolo 17 del Regolamento tollera la presenza involontaria di tracce di una sostanza vietata quando deriva da impurezze degli ingredienti, dal procedimento di fabbricazione o dall’imballaggio, ed è tecnicamente inevitabile pur nel rispetto delle buone pratiche di fabbricazione.

In sintesi: il nichel in un cosmetico è un residuo, non una scelta di formulazione. Tenere a mente questo punto è sufficiente a leggere correttamente entrambe le diciture.

“Nichel free”: il claim che non dovrebbe esistere

In chimica analitica lo zero assoluto non è dimostrabile. Esiste soltanto il limite di quantificazione dello strumento: il valore al di sotto del quale il laboratorio non è in grado di rilevare la sostanza. Dichiarare un prodotto “privo di nichel” significa quindi, al massimo, affermare che la strumentazione utilizzata non lo ha rilevato — non che non ci sia.

Ma c’è un problema più radicale. Poiché nessun produttore inserisce volontariamente nichel nei propri prodotti, di fatto ogni cosmetico in commercio è “nichel free”. Presentare questa caratteristica come un pregio distintivo equivale a vantare come funzione speciale ciò che è semplicemente la condizione di partenza di qualunque prodotto regolarmente immesso sul mercato.

Anche sul piano regolatorio la dicitura è fragile. Le linee guida europee sui claim cosmetici, applicative del Regolamento (UE) n. 655/2013 e dettagliate nel Technical Document on Cosmetic Claims (2017), stabiliscono nell’allegato dedicato ai claim “free from” che questi non andrebbero impiegati in riferimento a un ingrediente già proibito dal Regolamento 1223/2009. Vantare l’assenza di una sostanza che per legge non può comunque essere aggiunta non fornisce al consumatore alcuna informazione utile.

“Nichel tested”: più corretto, ma solo se completo

La dicitura “nichel tested” dice qualcosa di diverso e, in linea di principio, di più onesto: comunica che il prodotto è stato sottoposto a un test analitico, di norma presso un laboratorio esterno, e che la concentrazione di nichel rilevata è risultata inferiore a un determinato valore soglia, comunemente fissato a 1 ppm (una parte per milione).

Restano però due limiti sostanziali, che il consumatore raramente coglie.

Il primo: “nichel tested”, da solo, non indica quanto nichel sia effettivamente presente. Per essere realmente informativa, la dicitura deve essere seguita dal valore soglia di riferimento — per esempio “nichel tested < 1 ppm”. Senza quel numero, si certifica che un’analisi è stata fatta, non quale esito abbia prodotto.

Il secondo: il test fotografa un lotto, non una proprietà permanente del prodotto. Trattandosi di un dato analitico legato alle materie prime di quella specifica produzione, la verifica andrebbe ripetuta lotto per lotto. Un claim apposto in modo generico sulla linea, e non sostenuto da controlli sistematici, ha un valore informativo limitato.

Quel “1 ppm” non è una legge

Conviene essere precisi anche sulla soglia, perché è qui che si annida un secondo equivoco. Per il nichel nei cosmetici non esiste un limite massimo fissato dalla normativa europea. Il Regolamento 1223/2009 tollera le tracce tecnicamente inevitabili purché il prodotto finito sia sicuro, ma non stabilisce una soglia numerica: la sicurezza va valutata caso per caso, prodotto per prodotto (Istituto Superiore di Sanità, Rapporti ISTISAN 19/18, Alimonti et al.).

Il valore di 1 ppm spesso citato è un riferimento indicativo suggerito in ambito nazionale per minimizzare il rischio nei soggetti sensibili, non un tetto di legge vincolante. Distinzione tutt’altro che accademica: un claim costruito su una soglia indicativa non offre le stesse garanzie di un limite normativo cogente.

Dove il marketing prende le misure altrove

Un ulteriore punto merita attenzione perché spiega da dove proviene una parte della confusione. La metodica e i limiti talvolta impiegati per il “nichel tested” sono stati mutuati dalla normativa sugli oggetti metallici: la Direttiva 94/27/CE — oggi confluita nel Regolamento REACH (CE n. 1907/2006, Allegato XVII, voce 27) — fissa un limite di rilascio di 0,5 µg/cm² a settimana per gli articoli destinati a contatto prolungato con la pelle, come bigiotteria, montature di occhiali, fibbie e cerniere.

Si tratta di un parametro concepito per un contesto diverso: misura quanto nichel rilascia un oggetto metallico solido a contatto con la cute, non quanto ne contenga un’emulsione cosmetica che resta sulla pelle. Trasferire una soglia dall’uno all’altro mondo, senza esplicitarne i limiti, produce un’apparenza di rigore che la sostanza non sempre giustifica.

A questo si somma il meccanismo retorico di fondo: trasformare un dato di laboratorio in una promessa implicita di sicurezza per chi è allergico. Ed è esattamente l’affermazione che la scienza non autorizza.

“Sotto soglia” non significa “sicuro per tutti”

È la precisazione più importante, e quella che distingue un’informazione corretta da una rassicurazione di facciata. Una soglia protegge la maggioranza degli individui, non la totalità.

Le soglie di reazione al nichel sono effetti dose-dipendenti, e quella di elicitazione — la concentrazione capace di scatenare la dermatite in chi è già sensibilizzato — è più bassa di quella necessaria a indurre la sensibilizzazione iniziale (Menné, Science of the Total Environment, 1994). Lo stesso standard di rilascio di 0,5 µg/cm² a settimana è riconosciuto come non sufficiente a proteggere il 100% delle persone sensibilizzate dall’elicitazione della dermatite allergica da contatto. La letteratura documenta che individui altamente sensibilizzati possono reagire anche a concentrazioni nell’ordine di 0,5 ppm quando l’esposizione avviene su cute infiammata e in condizioni di occlusione (Menné, 1994).

Il quadro vale anche per la via sistemica: l’EFSA ha concluso che la dermatite da contatto sistemica scatenata dall’assunzione di nichel per via orale, in soggetti già sensibilizzati, rappresenta l’effetto critico nella valutazione del rischio acuto (EFSA CONTAM Panel, EFSA Journal, 2020). Il soggetto già allergico, insomma, è proprio quello per cui un claim “sotto soglia” offre meno garanzie di quante ne suggerisca.

Perché questo riguarda da vicino il cuoio capelluto

Il claim “nichel tested” compare con particolare frequenza su shampoo, maschere, tinte e persino sugli strumenti del mestiere — forbici, pettini, clip. Sul cuoio capelluto, però, si concentrano diversi fattori che la letteratura associa a un abbassamento della soglia di reazione: la cute può essere già irritata da trattamenti aggressivi, l’occlusione sotto cuffie o pellicole durante la posa di una tinta prolunga e intensifica il contatto, e le applicazioni sono spesso ripetute nel tempo.

In questo scenario, un consumatore sensibilizzato che interpreti il “nichel tested” come uno scudo assoluto rischia di riporre nell’etichetta una fiducia che il dato non sostiene. Il valore reale del claim, quando è completo e ripetuto per lotto, è quello di un’informazione aggiuntiva da valutare — non quello di una garanzia di tollerabilità individuale.

Come leggere davvero un’etichetta

Tre criteri pratici aiutano a orientarsi senza farsi guidare dallo slogan:

  • “Nichel free” da solo è un’informazione vuota. Non distingue il prodotto dagli altri e non andrebbe nemmeno usato secondo le linee guida sui claim.
  • “Nichel tested” ha valore solo se accompagnato dalla soglia (es. “< 1 ppm”) e sostenuto da controlli per lotto. La dicitura nuda certifica un’attività di test, non un risultato.
  • Nessuna dicitura sostituisce la conoscenza della propria sensibilità. Chi ha una storia di dermatite da contatto al nichel trae più beneficio dal patch test e dal confronto con lo specialista che da qualunque claim in etichetta.

La cosmetica seria non ha bisogno di promettere uno zero che non esiste. Ha bisogno di dichiarare con precisione ciò che misura, e di dire con altrettanta chiarezza ciò che una misura non può garantire.


In quanto professionisti tecnici tricologi integrati operiamo entro un perimetro esclusivamente cosmetologico. Non diagnostichiamo l’allergia al nichel, non eseguiamo test allergologici e non formuliamo indicazioni cliniche o terapeutiche. L’inquadramento di una sensibilizzazione al nichel, la sua diagnosi mediante patch test e la sua gestione competono al medico dermatologo o allergologo. Il nostro compito è leggere correttamente le etichette, comprendere il significato reale dei claim e riconoscere quando è opportuno indirizzare la persona allo specialista.


Fonti

  • Regolamento (CE) n. 1223/2009 del Parlamento europeo e del Consiglio sui prodotti cosmetici — Allegato II (sostanze vietate), art. 14 e art. 17 (tracce di sostanze vietate).
  • Regolamento (UE) n. 655/2013 della Commissione, recante criteri comuni per la giustificazione delle dichiarazioni utilizzate per i prodotti cosmetici; Technical Document on Cosmetic Claims (2017), allegato relativo ai claim “free from”.
  • Alimonti A., Bocca B., Buratti F.M., Fabbri E., Testai E. — Metalli in prodotti cosmetici: procedure raccomandate per la determinazione e valutazione dei rischi per la salute. Rapporti ISTISAN 19/18, Istituto Superiore di Sanità.
  • Regolamento (CE) n. 1907/2006 (REACH), Allegato XVII, voce 27 (nichel), già Direttiva 94/27/CE — limite di rilascio 0,5 µg/cm²/settimana, metodo EN 1811.
  • Menné T. — Quantitative aspects of nickel dermatitis. Sensitization and eliciting threshold concentrations. Science of the Total Environment, 1994; 148(2-3):275-281.
  • Ahlström M.G., Thyssen J.P., Wennervaldt M., Menné T., Johansen J.D. — Nickel allergy and allergic contact dermatitis: a clinical review of immunology, epidemiology, exposure, and treatment. Contact Dermatitis, 2019; 81(4):227-241.
  • EFSA Panel on Contaminants in the Food Chain (CONTAM) — Update of the risk assessment of nickel in food and drinking water. EFSA Journal, 2020; 18(11):6268.

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Sono Elena Pozzan, Formatrice e Fondatrice di Accademia di Tricologia…

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