"Fino a pochi giorni fa nessuno ti chiedeva niente, ora sei a rischio...."

Hai mai scritto “salone green” sulla vetrina? O “prodotti eco” nella bio di Instagram? Fino a pochi giorni fa nessuno ti chiedeva niente. Dal 27 settembre 2026 qualcuno può farlo.

È entrata in applicazione una legge europea contro il greenwashing, cioè la pubblicità che fa sembrare un prodotto più ecologico di quello che è. L’Italia l’ha recepita con un decreto pubblicato a marzo 2026, valido dal 27 settembre.

In breve: le parole “verdi” non si possono più usare a caso.

Quali parole finiscono nei guai

La legge europea fa proprio gli esempi. Eccone alcuni: “rispettoso dell’ambiente”, “verde”, “ecologico”, “amico della natura”, “biodegradabile”, “a base biologica”. Queste parole, usate da sole, sono vietate se non c’è una prova forte dietro.

Che cosa conta come prova forte? Soprattutto l’EU Ecolabel, il marchio ecologico ufficiale dell’Unione Europea (quello con il fiore), o pochi altri marchi pubblici riconosciuti.

Facciamo un esempio da banco. “Shampoo ecologico” scritto da solo diventa un problema. “Flacone fatto con il 50% di plastica riciclata” invece va bene, se è vero e l’azienda lo può dimostrare. Funziona così: il numero preciso va bene, la parola vaga no.

E i bollini sui flaconi?

Da settembre i bollini “verdi” inventati dall’azienda non si possono più usare. Valgono solo quelli rilasciati da un ente pubblico o da un ente di controllo esterno e indipendente.

C’è anche una buona notizia per chi si fa furbo con la CO₂: la scritta “carbon neutral” non si può più mettere su un prodotto se l’azienda ha solo pagato per compensare le emissioni da un’altra parte.

E “naturale”?

Qui la legge è meno chiara di quanto ti diranno.

“Naturale” non è nella lista europea delle parole vietate. Diventa un problema quando fa intendere che il prodotto fa bene all’ambiente. “Estratto di ortica” ti dice da dove viene un ingrediente, e va bene. “Naturale, quindi rispetta il pianeta” invece è una promessa ambientale, e va dimostrata.

Un’altra cosa che pochi sanno: in Europa non esiste una legge che dica quando un cosmetico è “naturale” o “biologico”. Esistono solo certificazioni private, ognuna con le sue regole. Quindi quando un rappresentante ti dice “è naturale”, chiedigli: secondo chi?

Quanto si rischia

Controlla l’Antitrust (AGCM), l’autorità che sorveglia la pubblicità ingannevole. Le multe vanno da 5.000 euro fino a 10 milioni.

Non c’è nemmeno il “smaltisco quello che ho in magazzino”: le regole valgono anche per i prodotti già sugli scaffali prima del 27 settembre.

L’Antitrust ci andava giù pesante anche prima. Ad agosto 2025 ha multato Shein per un milione di euro, perché pubblicizzava vestiti con fibre “green” senza spiegare quale fosse il vantaggio reale per l’ambiente.

Perché ti riguarda anche se non produci niente

Quando vendi un prodotto in salone o pubblicizzi un servizio, per la legge sei un’impresa che parla a un consumatore. Il cartello in vetrina conta. Il post su Instagram anche. La frase che ripeti alla cliente mentre le dai lo shampoo, pure.

Le aziende che si occupano di queste regole lo dicono chiaro: ogni frase “green” che esponi, anche se l’ha scritta il tuo fornitore, deve essere verificabile. Persino il nome di un prodotto o di un’insegna può essere valutato. Prima di chiamare il salone “Eco Hair”, pensaci due volte.

Cosa puoi fare questa settimana

  1. Rileggi vetrina, sito e social e cerca le parole della lista sopra.
  2. Per ogni prodotto “green” che vendi, chiedi al fornitore la prova scritta.
  3. Sostituisci l’aggettivo con il dato, oppure toglilo.
  4. Se vedi un bollino che non conosci, chiedi chi lo rilascia.

La cliente che ti chiede “naturale”

Una cliente con la cute arrossata ti chiede uno shampoo “naturale, perché fa meno male”. Puoi ripeterle lo slogan stampato sul flacone. Oppure puoi leggere con lei l’etichetta degli ingredienti e spiegarle che “naturale” non vuol dire “delicato sulla tua cute”.

La prima risposta da oggi può costarti cara. La seconda ti fa guadagnare fiducia, ma serve saper leggere un’etichetta e capire cosa c’è dietro una promessa. È proprio quello che impara un Tecnico Tricologo Specializzato all’Accademia di Tricologia.

Allora è finito il greenwashing?

Non del tutto. Ora la lista delle parole vietate esiste e le multe sono alte. Però nessuno controlla le etichette prima che arrivino sul tuo banco: l’Antitrust interviene dopo, quando qualcuno segnala. La legge europea che avrebbe imposto un controllo preventivo è ferma da giugno 2025.

Quindi il primo controllo resti tu.

Le aziende che fino a ieri scrivevano “eco” su tutto hanno cambiato davvero i prodotti, o solo le parole?

E se domani una cliente ti chiedesse la prova di quel “green” sulla tua vetrina, cosa le risponderesti?


Questo articolo ha scopo informativo e non è una consulenza legale.

Fonti

  1. Direttiva (UE) 2024/825: eur-lex.europa.eu
  2. D.Lgs. 20 febbraio 2026, n. 30, GU n. 56 del 9.3.2026: gazzettaufficiale.it
  3. Cosmetica Italia, circolare 2026/25: cosmeticaitalia.it
  4. AGCM, provvedimento PS12709 (Shein), 4.8.2025: agcm.it
  5. Commissione europea, Q&A aggiornate (maggio 2026): transition-pathways.europa.eu
  6. Freshfields, applicazione dal 27.9.2026: freshfields.com
  7. Il Salvagente, 26.9.2026: ilsalvagente.it

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Sono Elena Pozzan, Formatrice e Fondatrice di Accademia di Tricologia…

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